Chissà cosa avrà da ridere così tanto

Pubblicato Mercoledì, 13 Dicembre 2006 | 14:20 | Grizzly | Versione Stampabile

 Voti | Media: 0 out of 5 Voti | Media: 0 out of 5 Voti | Media: 0 out of 5 Voti | Media: 0 out of 5 Voti | Media: 0 out of 5 (non ancora votato)
Loading ... Loading ...

Chissà cosa avrà da ridere così tanto prodiMa chi sara mai questo personaggio dall’aria da paciocone e scherzosa ? Se fossimo ancora ai tempi della scuola, ci potrebbe ricordare quel compagno di classe un po “TONTOLONE” che era il destinatario di buona parte degli scherzi tra alunni. Il bersaglio delle palline di carta sparate con le cannunccie della penna biro, quello che finita l’ora di ginnastica raccoglieva tutti i palloni, quello che non riusciva mai a mangiare la merendina perchè il ripetente di turno della classe gli sbriciolava la tortina, insomma, il classico “ZIMBELLO DELLA CLASSE”. Ma in realtà chi è Romano Prodi ? E sopratutto, cosa avrà mai da ridere così tanto ?

il Foglio in data 07/05/2003 riporta: Mette zizzania nell’Ue e nella Commissione, lavora contro l’America. Così Prodi ha fallito in Europa. Schierato, distratto sui dossier, bislacco nel comunicare. Malinconico, pensa ad altro.

Una stanca sudditanza (mal ripagata) ai franco-tedeschi - Milano. Negli ultimi mesi, Romano Prodi, presidente della Commissione europea, ha perso tre volte. Primo caso di mira mancata: voleva essere un elemento di unione, un pacificatore tra i membri dell’Ue, e tra i vecchi soci e i nuovi, invece “meno male che l’euro è uno e indivisibile, sennò a quest’ora Prodi sarebbe riuscito a dividere pure quello in due, per poi scegliere la moneta meno preziosa”, anonima ma netta la battuta di un alto funzionario a Bruxelles. Secondo obiettivo fallito: la testa della Commissione non pare un esecutivo forte, ma un consiglio d’ordinaria amministrazione comunitaria, privo di rilevante slancio politico, strattonato (o accantonato) dalle risorgenti voglie di protagonismo degli Stati. Terzo traguardo sfumato, quello offerto dallo scenario post 11 settembre e post Saddam: avrebbe potuto ritagliarsi (e giocarsi) il ruolo di ponte tra l’Unione europea e la potenza americana alle prese con crisi internazionali che qualcuno dovrà pure tentare di risolvere. Non lo ha fatto, anzi.

Con questi tre risultati negativi che pesano, se per caso Prodi sta pensando di restare a Bruxelles, scrive il Financial Times (3 aprile 2003), beh, “non ci pensi nemmeno”: perfino “molti governi che lo sostennero con entusiasmo quattro anni fa vedrebbero un secondo mandato come impensabile. Lamentano l’influenza ondivaga della Commissione, la carenza di una leadership strategica e lo stile di comunicazione lunatico del signor Prodi”; uno stile che, via via, lo ha portato a litigare con il premier belga Guy Verhofstadt, a punzecchiarsi con il presidente francese Jacques Chirac, poi a pestare i piedi al rappresentante della politica estera e di difesa dell’Ue Javier Solana (mister Pesc), poi a inimicarsi gli inglesi, di Oxford e non solo, e la maggior parte della sua Commissione (Mario Monti compreso, con Chris Patten e Antonio Vitorino) per aver presentato, senza consultazioni, la proposta di riforme dell’Ue dell’esecutivo di Bruxelles. Ci sono tre meriti che anche i critici riconoscono alla Commissione Prodi: l’avvio della riforma della burocrazia, l’arrivo tutto sommato morbido dell’euro e il raggiungimento della fase finale dei negoziati per l’allargamento dell’Ue. Eppure Prodi è riuscito a deludere pure i suoi sostenitori.

Altro che pacificatore
All’inizio dell’anno, in piena discussione Onu sull’Iraq, Prodi era “felice” che il motore franco-tedesco fosse ripartito: mantenendo il suo tradizionale schieramento al fianco dei due poteri forti e stanchi della Vecchia Europa, spiegava però che la proposta franco-tedesca di riforma dell’Ue non va bene, perché un’Ue con due presidenti è più complicata, non meno. Manca una voce vera e unica in politica estera, ha ripetuto spesso Prodi, grande ammonitore, nel senso che ama continuamente avvertire tutti dei rischi futuri: no a scorciatoie belliche in Iraq, guai a sforare i bilanci in Europa, attenti ad aprire alla Russia, la Nato non basta, cautela ché il Medio Oriente esplode.
Se l’Europa parlasse con una voce sola potrebbe “avere una grande influenza nella politica mondiale”, e invece “ci ridono dietro”, è stato il suo fresco e disilluso esame della situazione. Quelle del recente minivertice sulla minidifesa di Bruxelles erano quattro, di voci: francese, tedesca, lussemburghese, belga. Tutte sulla linea anti interventista in Iraq e diffidente, se non ostile, nei confronti dell’Amministrazione Bush. Erano quattro voci, di parte, ma con il sostegno di Prodi. Il quale, al termine del summit, che pretendeva di tracciare le linee guida di un gruppo di pionieri dell’eurodifesa – senza Londra, Roma e Madrid, tanto per notare alcune pagliuzze – ha detto di essere molto soddisfatto, perché il gruppo, bontà sua, ha porte aperte a chi vorrà farne parte. Il presidente della Commissione, però, si è schierato subito. Eppure a quel verticino, “che va nella direzione giusta”, Prodi nemmeno partecipava. Eppure tutto questo schierarsi non giova certo al premier inglese Tony Blair – grande elettore prodiano nel ’99, con il tedesco Gerhard Schroeder – che ora prova a convincere i suoi scettici connazionali che Ue è bello.

Ancora prima, in febbraio, il presidente era sempre molto soddisfatto della proposta franco-tedesca per evitare, con ispezioni “rafforzate”, la guerra in Iraq. Si era precipitato a stare, “nella giusta direzione”, al fianco di Parigi e Berlino, “anche se non si sa nemmeno se esiste un vero e proprio piano”, ammetteva. Del resto, la “rottura” in Europa, nella pagella del professore, non l’hanno creata i franco-tedeschi, che prima di tutti e senza consultare gli alleati hanno scelto il no a Bush, spacciandolo per linea europea. La rottura, per Prodi, viene più dagli otto paesi che hanno deciso di manifestare il loro sostegno e la loro amicizia all’alleata America con una lettera, ma ancora peggio: il presidente si è detto “molto deluso” dai paesi candidati all’Ue che hanno firmato dichiarazioni di solidarietà agli Stati Uniti senza coordinarsi con l’Europa. Perché “non si possono – sostiene – condividere le questioni economiche con l’Europa e quelle sulla sicurezza con l’America”. Questi paesi “hanno dimostrato – ha detto Prodi sulla falsariga (rispettosa della presunta grandeur parigina) degli altrettanto duri rimbrotti di Chirac, che pure non ha mai tanto amato l’ex premier emiliano – di non aver capito lo spirito dell’Unione, che non è solo economica, ma anche politica”. Manco fossero America e Ue alleate nella lotta al terrorismo, non sia mai. Ed era ancora “molto soddisfatto” Prodi perché “tenere l’Europa unita e ancorata alle decisioni dell’Onu, era quello che mi premeva”. Così ha riassunto la sua linea dopo il summit di Bruxelles del 17 febbraio, pochi giorni prima di mettere nero su bianco che la priorità dell’ultimo anno del suo mandato, fino al 31 ottobre 2004 salvo sorprese, è proprio l’allargamento a quei dieci paesi cui Prodi e Chirac hanno da poco dato il loro cordiale “benvenuto”.

Altro che esecutivo forte
Per spiegare al Foglio la seconda batosta di Prodi, una gola profonda molto vicina alla Commissione di Bruxelles, dice che il presidente ha una scusante, ma ha anche commesso un errore ormai irrimediabile. Da questi due elementi, scusante ed errore, nasce la debolezza della Commissione. Scusante: quando Prodi fu scelto alla guida dell’esecutivo di Bruxelles i governi europei gli fecero credere che stava davvero per nascere un altro governo: quello dell’Ue, cioè il suo. Perché dopo la crisi della Commissione Santer, sfiduciata, serviva un colpo di reni. Che però non c’è stato, anzi: il “pendolo” del potere europeo, con l’avvio della fase di costruzione dell’Unione politica e con la crisi internazionale, è tornato dalla parte dei governi, c’è stata dunque una ripresa del protagonismo degli Stati membri. “Mai un presidente della Commissione era stato tanto illuso”, ma come leader di un supremo organo amministrativo-burocratico la Commissione avrebbe comunque potuto – dice la fonte del Foglio – smuovere e influenzare i governi con un sapiente uso dei dossier, dei finanziamenti, delle risorse, del linguaggio diplomatico. Invece di continuare a tentare di esercitare un ruolo politico inesistente, esternando e ammonendo – il patto di stabilità non si tocca, però è stupido, anche se si adatta; serve una voce per l’economia e una per la politica estera, ma mister Pesc dev’essere nella Commissione, mentre l’idea del super presidente non va; l’Onu deve avere un ruolo centrale nella ricostruzione in Iraq, l’Europa forse, sì, no – insomma, invece di comportarsi come se l’Unione politica esistesse già e fosse salda, Prodi avrebbe potuto indurre i governi a rafforzare l’Unione, non solo economica, utilizzando la conoscenza dei dossier, dei capitoli di spesa e di programmazione e di accordo, tutti atout che Prodi non ha avuto, ma che possono essere appuntite armi di convincimento nei confronti dei leader europei. “Prodi ha sbagliato tutti o quasi i collaboratori, ha sottovalutato l’importanza di conoscere i dossier e si è affidato alle sue qualità di leader bonario”, che forse, come ha scritto il Financial Times il 23 dicembre scorso, possono anche andare bene in Italia, non in Europa. Infatti non ha funzionato: i vertici europei del suo mandato saranno ricordati per le trattative estenuanti, fino all’ultimo secondo e oltre, a notte fonda. Il presidente, invece di arrivare al summit con una proposta di compromesso, utile a metter d’accordo i Quindici, aggiungeva la sedicesima posizione, peraltro spesso soggetta a repentini ripensamenti, la sua.
L’ultima occasione persa è aver optato per il sostegno al mini vertice che nonostante le dichiarazioni di circostanza nasceva con un’ispirazione di bilanciamento, contro-bilanciamento, in sostanza con velleitarie aspirazioni di futura alternativa alla Nato o alle alleanze militari in stretta e indispensabile relazione con l’America. Prodi poteva tentare di favorire il riavvicinamento tra le due sponde dell’Atlantico? Non l’ha fatto, anzi. Si è detto preoccupato dell’antiamericanismo in Europa, ma ha dovuto scrivere al Corriere della Sera per spiegare meglio il senso di una sua intervista a Repubblica: l’Ue deve crescere per collaborare con gli Stati Uniti, da alleata con pari dignità, non da nemica. Evidentemente, c’era bisogno di dirlo.
Questi fallimenti danno il segno di un presidente non sopra le parti, non pacificatore, non protagonista. Che pensa d’interpretare, come ha fatto ieri, l’opinione dei popoli, uniti per la pace, mentre sarebbero i governi, quelli che la Commissione dovrebbe contribuire a far andare d’accordo, a essere divisi. Quelli che l’hanno visto nelle ultime riunioni a Bruxelles, in quella recente sulle riforme dell’Ue, spiegano che ormai si nota una “negligenza finale”: Prodi pare disinteressato, sembra dire “fate voi”, mentre lui – raccontano – “malinconico” pensa ad altro.

I SEGRETI DEL PROFESSORE - di Paolo Guzzanti -
Troppo buono: Silvio Berlusconi da Firenze ha ricordato a Romano Prodi soltanto qualcuno dei suoi comportamenti meno limpidi ed è subito partito il fuoco degli insulti da avanspettacolo nel cui genere lo stesso Prodi si è esibito con clamorosa ovvietà. Eppure Berlusconi ha detto una cosa che noi abbiamo ripetuto tante volte. E cioè che mentre il Pci pompava dal rublodotto sovietico con annesse aziende truccate, la classe di governo democristiana mungeva le partecipazioni statali. Questa è una realtà storica senza capire la quale non si capisce l’operazione Mani pulite che devastò l’Italia soltanto quando un intruso di nome Bettino si mise in mezzo fra i due giganti provocando la reazione che portò i partiti alla ghigliottina, salvo i comunisti che si amnistiarono in tempo.
Ma anche Prodi si amnistiò in tempo, ricordava Berlusconi, e si fece fare anche una utilissima legge ad personam alla vigilia dell’audizione davanti al magistrato. Vero. Ma è soltanto la punta di un iceberg di nome Romano: un iceberg particolare perché in parte democristiano, ma sempre affascinato dall’impero sovietico, il quale a sua volta lo osservava con l’attenzione che riservava agli economisti di sinistra non comunisti. Democristiano sì, ma con riluttanza, tanto che quando Giulio Andreotti lo volle ministro dell’Industria nel novembre 1978 (Moro era stato assassinato a maggio dopo che Prodi aveva usato una seduta spiritica per illuminare a giorno la parola Gradoli), lui preferì farsi considerare un tecnico di area, un accademico. Dava così una mano alla Dc cattocomunista, ma si sentiva talmente vicino al comunismo dei gulag da elogiare, in una indimenticata intervista al Corriere della Sera, i golpisti che cercavano di cacciare Gorbaciov. Mentre il colpo di Stato era in corso, Prodi volle ricordare di essere buon amico del capo dei golpisti, Vladimir Kriuchkov, il quale era presidente del Kgb: gran brava persona, secondo Prodi. La storia di Prodi presidente dell’Iri specializzato in vendita a prezzi stracciati di aziende di Stato come nel caso Sme, è nota.
Lettori ed elettori dovrebbero poi ricordare che questo aspirante primo ministro, quando fu primo ministro nel 1996, calpestò la legalità e mentì spudoratamente (il procuratore Agostino Cordova ha elencato menzogne e reati) quando fu necessario affrontare la spinosa vicenda del dossier di spie e agenti di influenza passato all’Italia dal governo inglese, il dossier Mitrokhin che si trasformò nel più vergognoso festival delle bugie e dei depistaggi, per i quali attendo che la Procura di Roma investa il tribunale dei ministri. Ieri Berlusconi si è limitato ad accendere i riflettori sul Prodi mungitore democristiano, cosa giusta e buona, ma a parer nostro ha rischiato di farlo apparire poco meno che un bravo ragazzo fra i tanti che, come si diceva una volta, se prendevano soldi lo facevano per il partito. Ma il Prodi che per conto della Dc potava le partecipazioni statali era anche il Prodi capace in grado di far roteare a piacimento un piattino troppo intelligente, il Prodi che plaudiva ai tiranni e che apriva a Mosca una sede della società Nomisma da lui fondata nel 1981, in joint-venture con l’istituto Plehanov, sezione economica del Kgb. Infine, è l’uomo che definì mercenari i militanti di un partito avversario. Su quest’uomo si potrebbe fare e forse si farà una grande serie televisiva dal titolo «A volte non ritornano».

sicuri che abbia tanto cervello per pensare ?Se tutto quello che hanno scritto di lui fosse falso e ingiurioso, si difenderebbe con tutte le armi che la legge gli mette a disposizione e dalle notizie che girana sulla simpatia dei giudici nei confronti della sinistra, non avrebbe difficoltà ad uscirne pulito. E invece niente di tutto questo, dichiara di aver querelato molti di quelle che, secondo lui, lo stanno diffamendo ma gli interessati non hanno ricevuto nessuna notizia in merito. Come mai ? non ha ancora avuto tempo ? oppure ha paura che venga tirata fuori la verità ? Eppure i suoi consensi, quelli del suo governo e quelli dell’intera sinistra sono finiti in una caduta vertiginosa. Due piccioni con una fava, dimostrerebbe che lui è pulito e che il suo governo sta lavorando bene; in realtà sta ridicolizzando tutti, secondo il rilevamento mensile di Ipr Marketing per Repubblica.it eseguito lunedì 11 dicembre,  i Ds, devono lasciare la vetta della popolarità ad An, il livello di sfiducia nei suoi confronti sale dal 37% registrato prima dell’estate al 52% di oggi. il Governo, anche in questo caso il centrosinistra ha poco da ridere, al contrario di quello che affermava Bersani nella trasmissione di Porta a Porta che incalzato dalle domande, non è nemmeno riuscito a bere, gli tremavano entrambe le mani. A guardare le cifre il crollo è ancor più netto di quello del Professore, a luglio, il 63% degli italiani aveva fiducia nell’esecutivo. Poi una lenta discesa fino ad arrivare al 38% di oggi. Venticinque punti in meno in soli cinque mesi. Specularmente sale il numero degli sfiduciati: dal 38% di prima dell’estate al 58% di oggi. Un trend negativo che non mostra, per ora, segnali di inversione di tendenza.

E lui cosa fa, ridere come un de……, è riuscito a far incazzare tutti, operai, piccoli e medi imprenditori, professionisti, forze dell’ordine, ricercatori, vigili del fuoco, ha e hanno toccato tutte le categorie lasciando fuori solo l’alta finanza. Quella non si tocca e non ha toccato i ricchi veri, anzi approfitta della prima alla scala e va a cena con loro. E’ a capo del peggiore governo nella storia della repubblica, ha fatto promesse a tutti e poi ha rtispettato solo la sinistra estrema (per paura di rivivere un film già visto), è riuscito a rovinare una festa, il Motor Show: 

E così anche il mitico Motor Show è stato “macchiato” dalla politica. Ci stavamo divertendo davvero tanto in quel di Bologna tra vetture da sogno e ragazze da sballo che mai avremmo pensato di dovere pensare alla politica anche in questo paradiso terrestre a quattro ruote. E invece ci è toccato.

Domenica il premier Romano Prodi ha avuto la brillante idea di fare un giro tra gli stand della fiera bolognese e si è beccato una bella dose di fischi. Molti hanno anche pensato di apostrofarlo “amichevolmente” (”Buffone”) e consigliarlo sul futuro prossimo (”Vai a casa”), ma il punto non è questo. A noi l’accaduto interessa poco e niente e non abbiamo nessuna intenzione di giudicare la contestazione o il lavoro che stanno svolgendo Prodi e il suo Governo. Ci sorge però spontanea una domanda: ma cosa ci faceva al Motor Show? La gente comune, gli appassionati di auto e i semplici curiosi sono andati a Bologna per staccare la spina, per potere sognare ad occhi aperti per qualche ora e invece si sono ritrovati davanti il faccione di un politico. La politica non fa sorridere come una bella Lamborghini o come una Ferrari. La politica non emoziona come una Porsche fiammante. La politica ci fa solo pensare alle tasse e ai problemi che molti italiani hanno per arrivare alla fine del mese.

Il Motor Show è una festa, non un luogo dove fare un po’ di propaganda. Il nostro consiglio spensierato è semplice semplice: la prossima volta Prodi (o chi ci sarà dopo di lui) se ne stia a casa.  da “sportemotori.blogosfere.it”

Ha detto che lo stavano aspettando e nel filmato di striscia la notizia si sente che dice “è quello il capo, è un fascista”, e a detta degli intervistati, nessuna sapeva della sua visita.

Ma lui non si smuove, va per la sua strada e non tiene conto di quello che pensa la gente.



Lascia un commento

Per inserire un commento devi fare il login


    • Le frasi Storiche Ops... da pirla del proff
    • Istituto Bruno Leoni
    • Settembre 2008
      L M M G V S D
      « Ott    
      1234567
      891011121314
      15161718192021
      22232425262728
      2930